06 novembre 2007

Roma caput mundi, anche del razzismo

Pubblico una lettera apparsa su Carta on-line relativa allo sgombero avvenuto nei giorni scorsi nel campo di Villa Gordiani.
Conosco la persona che l'ha scritta, non ho alcun motivo per dubitare delle sue parole, ho invece validi motivi per dubitare dell'integrità morale, umana e politica delle persone che in precedenza ho votato dandogli la fiducia come amministratore di questa città.



da www.carta.org

Il container di Ghina. Cronaca di un pogrom
Roberto Pignoni
[5 Novembre 2007]

Questa lettera aperta al sindaco di Roma è stata scritta il 3 novembre 2007 da Roberto Pignoni, docente universitario che da anni lavora sui rom.

Egregio sig. Veltroni come cittadino che vive e lavora a Roma da oltre vent’anni, mi sento in dovere di richiamare la Sua attenzione su alcuni comportamenti dei funzionari dell’Amministrazione che sono tali da compromettere il rapporto fra cittadini e istituzioni. Martedì scorso, 30 ottobre, mi trovavo al campo rom di via dei Gordiani. Pareva una mattina come le altre; poi è giunta una vettura dei vigili urbani, seguita da un’altra con la scritta «S.O.S. – Autocentri Balduina». Ne sono scese due giovani operatrici sociali. Da loro abbiamo appreso che era in atto uno sgombero.
Le auto continuavano ad arrivare, una dopo l’altra. Hanno fatto la loro comparsa alcuni personaggi vestiti come rangers americani. L’atmosfera fra gli uomini del Comune – guardie municipali, funzionari in borghese–si è fatta effervescente. Cameratismo, pacche sulle spalle, risate e battute.
Le confesso, sig. Sindaco, di aver provato l’impressione di trovarmi sul set di un remake casereccio di qualche film di Hollywood. La divisa dei rangers è quella dei tiratori scelti che arrancano all’assalto di un grattacielo di Chicago, in una scena dei «Blues brothers». Uno di loro ostentava una maglietta con la scritta: FBI Special New York City Department (Le allego via mail la foto, per Sua personale documentazione).
Osservavo incuriosito la scena, in silenzio. Ma i rangers hanno detto: chi non abita qui se ne deve andare. In diversi anni di frequentazione del “campo”, non era mai accaduto. Si entrava e si circolava liberamente, come in qualsiasi angolo della città. Ma i rangers sostengono che quello non è un luogo come gli altri. Un tale, che dice di essere il capo, si è messo a gridare: “Questo è un luogo chiuso, un luogo chiuso… Portate la ruspa.” Il soggetto in questione dichiara di avere poteri speciali, conferitigli direttamente da Lei. E i vigili sembrano dargli retta, lo seguono come ultracorpi.
Un ragazzo mi ha mostrato un documento, consegnato dai vigili il giorno precedente. È firmato da un dirigente del Comune di Roma, tale dott. Alvaro. “La S. V. non è stata in grado di rispettare le norme che regolano la civile convivenza tra gli ospiti del campo attrezzato di via dei Gordiani. I comportamenti illeciti da Lei messi in atto escludono ogni possibilità di considerare altre soluzioni che non quella dell’allontanamento dal campo di tutto il suo nucleo familiare (…). Pertanto Lei è invitata a lasciare immediatamente il campo liberando da persone e cose l’unità abitativa precedentemente assegnatale.”
“Ospiti”, non cittadini. Liberare il container “da persone e cose”. La punizione si abbatterà “su tutto il nucleo familiare”. Il documento del dott. Alvaro ci svela che il “principio” della responsabilità collettiva, alla base di tutte le rappresaglie fasciste, è l’assioma che ispira l’operato dei rangers. Oltre agli altri poteri che Lei gli ha conferito, il capo dei rangers deve avere anche quello di intercettare i pensieri. Mentre ho tra le mani il documento del dott. Alvaro, si mette a urlare: “Voi non sapete nemmeno cosa sono i fascisti!” Intravvedo la figura di Lazaro, uno degli anziani del campo. Nel 1941, a Kragujevac, la città da cui provengono i rom di via dei Gordiani, Lazaro era bambino. I nazisti lo misero di fronte a un plotone d’esecuzione, con la famiglia. Furono trucidate migliaia di persone, quel giorno. Fra essi, tutti gli allievi di un liceo. Kragujevac è città martire, in Jugoslavia. Ma Lazaro non sa cosa sono i fascisti…
Tornando a noi, sig. Sindaco, converrà che la questione è controversa. Come potremmo denominare un processo nel quale, per una categoria di persone connotata “etnicamente”, le garanzie costituzionali vengono sospese e si definisce uno spazio al cui interno i giudizi della magistratura e l’esecuzione delle sentenze sono anticipati dalle gride del dott. Alvaro e dallo sbrigativo intervento dei rangers?
Mentre vengo sospinto fuori dal campo, incrocio la ruspa. Si dirige verso il container di Ghina. Ghina non c’è, è in ospedale. Di ragioni per stare male ne ha parecchie.
Signor Sindaco, Lei conosce la sua storia. O almeno dovrebbe. Ghina è una non-cittadina (ossia: abitante senza diritti). È nata in Italia e cresciuta a Roma, dove ha vissuto e frequentato le scuole. Come accade a molti giovani rom, a 18 anni non le è stata riconosciuta la cittadinanza italiana. Per non rimanere in un limbo, per poter avere un documento di identità e un permesso di soggiorno, Ghina ha richiesto il passaporto del paese dei genitori, la Jugoslavia – un paese dove non aveva mai messo piede e del quale non parla la lingua. In virtù delle normative sull’immigrazione attualmente in vigore (a partire dalla Turco-Napolitano del ’98) per ottenere un permesso di soggiorno è richiesto un impiego regolare. Per Ghina, come per molti altri rom, adempiere a questo requisito si è rivelato impossibile. È scattata la trappola: un passaporto fittizio le appiccicava l’etichetta di “straniera” e si è ritrovata clandestina nel paese in cui era nata e cresciuta.
Per fortuna, la legge italiana impedisce l’espulsione di uno straniero che conviva con un parente (entro il quarto grado) cittadino italiano. È il caso di Ghina, che vive (o meglio viveva–prima dell’intervento dei rangers) con il nipote Alex, cittadino italiano. Ghina è inespellibile, ai sensi di legge. Eppure…
Lo Stato, che attraverso i suoi rappresentanti ci invita insistentemente al rispetto della legalità, a volte mostra di infischiarsene–delle proprie leggi. Un giorno di primavera di due anni fa, polizia e vigili urbani hanno prelevato Ghina dal container che le era stato assegnato. Insieme ad altri ragazzi – come lei nati e cresciuti in Italia – è stata rinchiusa nel Centro di permanenza temporanea di Ponte Galeria. Dopo qualche giorno, Ghina è stata scaricata dalle forze dell’ordine sulla pista dell’aeroporto di Belgrado. Malata, senza un centesimo in tasca. Mentre portavano a termine la brillante operazione, i funzionari di polizia non hanno dato peso a un dettaglio. Ghina è una ragazza madre, sul suo passaporto era registrata la figlia Jessica, di quattro anni. L’espulsione ha separato Jessica dalla madre, e la bimba è rimasta sola, in Italia.
Nessuno (fra le autorità dello Stato e gli innumerevoli operatori di cui dispone la Sua amministrazione, sig. Sindaco) si preoccupò di questo trascurabile particolare.
Per fortuna esistono i nonni. La madre di Ghina, seriamente malata, decise di prendersi cura della bambina.
Alcune persone (le stesse che i rangers hanno cacciato l’altro giorno dal campo, per non avere testimoni) denunciarono l’accaduto. La Rai si interessò alla questione, e in una trasmissione andata in onda in fascia di massimo ascolto, l’allora dirigente dell’Ufficio Stranieri della Questura di Roma, dott. Cardona, ammise che era stato compiuto un abuso, al quale andava posto rimedio. Intervenendo in diretta, l’assessore alle politiche sociali del Comune di Roma, Raffaella Milano, promise a Ghina il sostegno e la solidarietà dell’Amministrazione comunale (la registrazione è a Sua disposizione, sig. Sindaco, se ritenesse opportuno ascoltarla).
Come spesso accade, l’attenzione dei media non è durata a lungo. Le promesse sono rimaste tali, e Ghina è rimasta in Serbia. Alcuni mesi più tardi, incapace di reggere a un esilio ingiusto e all’ancor più ingiusta separazione dalla figlia, Ghina è rientrata in Italia, clandestinamente. I due anni successivi sono stati un incubo costante. Viveva chiusa nel container, svegliandosi all’alba, con il terrore di un nuovo blitz della polizia e dei vigili urbani. Poco più di un anno fa, i suoi amici le trovarono un avvocato. In questo modo fu possibile far ricorso in Cassazione contro l’espulsione del 2005, e oggi Ghina (che non ha precedenti penali ed è imputata di un unico reato, il rientro clandestino in Italia) è in attesa di giudizio.
Presentato il ricorso, Ghina si fece coraggio e provò a riprendere una parvenza di “vita normale”. Curava il proprio aspetto, usciva per il quartiere, si è trovata un fidanzato. Il ragazzo di Ghina era giovane come lei. Anche lui rom, anche lui poverissimo. Anche lui clandestino in patria: nato in Francia da genitori di origine serba e cresciuto a Roma, Paolo non era stato registrato all’anagrafe. Un altro “cittadino invisibile” dell’Europa di Shengen.
La primavera non porta fortuna a Ghina Marinkovic. Nel marzo di quest’anno, due anni esatti dopo il blitz che si era concluso con la deportazione di Ghina, Paolo è scomparso. I genitori lo hanno rivisto cadavere, all’Istituto di medicina legale del Verano, una decina di giorni più tardi.
Quella mattina, era apparso sui giornali un comunicato del garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà del Comune di Roma, Gianfranco Spadaccia: «Un rumeno, detenuto nel carcere di Regina Coeli, è morto questa notte per cause imprecisate nell’ospedale Santo Spirito, dove era stato ricoverato con urgenza nell’estremo tentativo di salvarlo. Il cittadino rumeno, tossicodipendente, era detenuto per rapina, aveva numerosi precedenti penali ed era sotto osservazione psichiatrica per aver incendiato in passato la propria cella. Si trovava per questo in una cella dove era sorvegliato a vista».
In tutto questo, l’unica cosa vera è che Paolo, a Regina Coeli, lo conoscevano bene. Vi aveva trascorso alcuni anni, scontando un cumulo di condanne relative a una serie di piccoli furti commessi da minorenne. Lo conoscevano a tal punto da affidargli il ruolo di cuoco, nella cucina del carcere. E conoscevano perfettamente i suoi problemi di salute, visto che, durante la detenzione, era stato più volte operato per la grave patologia che lo affliggeva dalla nascita e che lo ha costretto a oltre venti interventi chirurgici, per regolare la valvola e il catetere che collegavano il suo cervello ai reni.
Allo stesso modo, non era un mistero l’origine di Paolo. Il magistrato che dispone l’autopsia scrive a chiare lettere che Paolo è nato in Francia, 26 anni fa.
L’autopsia fu effettuata in fretta e furia, senza aspettare che venisse notificato ai genitori il diritto di nominare un perito di fiducia, e il corpo di Paolo fu inumato a Prima Porta a tempo di record. Salvo poi scoprire, alcuni giorni dopo, che sulla lapide qualcuno aveva cambiato la data della morte, anticipandola di un giorno.
Fra le tante balle date in pasto al pubblico attraverso il comunicato del garante, c’è anche il fatto che Paolo sarebbe “morto per cause imprecisate nell’ospedale Santo Spirito”. I referti parlano chiaro: al S. Spirito, Paolo è giunto cadavere. Quell’imprecisione sull’ora del decesso (e sulla data della morte, avvenuta il giorno prima di quello dichiarato ai parenti) pare fatta apposta per sviare l’attenzione da eventuali responsabilità istituzionali nella vicenda.
In tutto questo, non è chiaro il ruolo del garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà del Comune di Roma. Non c’è stata, infatti, nessuna rettifica del vergognoso comunicato iniziale, e nessuno sforzo–a quanto è dato sapere–per chiarire le ragioni che avevano indotto le autorità carcerarie a fornire al garante informazioni fuorvianti. Eppure, su iniziativa degli amici di Ghina, la stampa aveva sollevato la questione della strana fine di un detenuto “invisibile”–espropriato, anche da morto, del diritto a un’identità riconosciuta.
Qualche mese fa incontrai nuovamente l’assessore Raffaella Milano. Fu all’Università, in un’assemblea a cui partecipavo insieme ad altri amici di Ghina. Oltre a richiamare l’attenzione dell’assessore sulle singolari circostanze della morte di Paolo Jovanovic, le consegnammo un dossier sulla situazione di Ghina. Ci rispose sorridendo. Vedremo cosa possiamo fare.
Il 30 ottobre abbiamo visto cosa potete fare.
Signor Sindaco, una delle foto che Le allego ritrae una ruspa che distrugge il container di Ghina. Quando uscirà dall’ospedale, questa ragazza non avrà più un tetto che la ripari. Inoltre, dal momento che la ruspa ha raso al suolo anche il container del nipote Alex, Ghina non potrà far appello alla sua condizione di convivente con un congiunto italiano, al fine di ottenere un permesso di soggiorno.
Quella ruspa, che ho incrociato mentre mi cacciavano dal campo, quella ruspa che avanzava scortata da individui in uniforme in atteggiamento ilare e scherzoso, mi ha richiamato alla mente una fotografia scattata 65 anni fa, in un villaggio jugoslavo. Due militari italiani ridono, mettendosi in posa davanti a una casa appena data alle fiamme. All’epoca, per questo genere di rituali, si usava il fuoco. Oggi – Sharon docet – si preferisce il bulldozer.
Sebbene non possa vantare altrettanta esperienza, nel campo della semeiotica fascista, di quella del capo dei rangers del Comune di Roma, mi pare indubbio che fra i numerosi semi di intolleranza che si stanno allegramente spargendo in questi giorni vada annoverata la distruzione esemplare del container di Ghina. Che bisogno c’era di accanirsi su una ragazza malata e indifesa, i cui diritti di cittadinanza non sono riconosciuti, i cui diritti umani vengono sistematicamente calpestati?
Non La conosco personalmente, sig. Sindaco. Non ho ragione di mettere in dubbio la Sua correttezza e la Sua sensibilità. Mi tornano in mente le parole di un grande artista, Roberto Benigni, mentre dichiara che l’idea del film “La vita è bella” è stata “del suo amico Walter Veltroni”. Accadeva qualche anno fa.
Oggi, la crescita esponenziale delle ambizioni politiche del medesimo Walter Veltroni si accompagna alle decine e decine di sgomberi e deportazioni di rom che si succedono a Roma. Dal Campidoglio, si teorizza tranquillamente che “i rom devono essere spostati al di fuori del raccordo anulare”. Inoltre, il medesimo Walter Veltroni rivendica, il giorno in cui viene spianato il container di Ghina, “tutta la responsabilità, storica, morale e politica” per quell’azione. Che gli ultracorpi siano davvero calati in città?
Sig. Sindaco, non è bello vivere sapendo che per le strade si aggirano squadre di rangers che si sostituiscono alle forze dell’ordine e alla magistratura e, agendo in Suo nome, comminano punizioni esemplari a persone che non sono state condannate per alcun reato.
A proposito di reati, qualche illegalità mi pare sia stata commessa, il 30 ottobre. A parte le automobili sequestrate perché non avevano il contrassegno di assicurazione (ma non erano posteggiate in un “luogo chiuso”, dove non si può circolare?), le ruspe del Comune hanno distrutto oggetti, documenti, effetti personali di alcuni abitanti del campo (allego alcune foto che lo comprovano).
Sono stati spianati diversi container, senza altra motivazione che “dare un esempio”. Quei container erano in buone condizioni. Ammesso (e non concesso) che i legittimi assegnatari fossero indegni di occuparli, potevano essere usati per ospitare altre famiglie rom (funzionari e operatori del Comune sanno bene che, a causa del naturale incremento demografico e dell’indisponibilità di altre soluzioni abitative, i container di via dei Gordiani sono cronicamente sovraffollati). Oltretutto, acquistare e installare i container comportò una spesa considerevole; allo scopo di “mostrare i muscoli”, i rangers hanno arrecato un danno cospicuo al pubblico demanio.
Mi è stato riferito che un ragazzo, a malapena maggiorenne, in precarie condizioni di salute (un anno fa precipitò dal terzo piano di un edificio, entrò in coma e venne operato alla testa), sarebbe stato malmenato nel corso dell’operazione.
Infine, sono stati violati i diritti dell’infanzia (Le allego le foto dei libri di scuola di Alex Amati fra le macerie del container in cui abitava).
A quanto pare, il 30 ottobre in via dei Gordiani è stata infranta in più punti la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Nello specifico, mi pare incontestabile che la persecuzione reiterata e continuata nei confronti di Ghina Marinkovic configuri un’esplicita violazione dell’art.3 della Convenzione, che vieta di sottoporre le persone “a trattamento disumano e degradante”.
Sig. Sindaco, come cittadino indignato per questi fatti, e come testimone dell’accaduto, mi permetto di ricordarLe che è Suo dovere istituzionale intervenire con tempestività affinché le responsabilità vengano accertate, gli eventuali colpevoli puniti e i danni (materiali e morali) adeguatamente risarciti.
RingraziandoLa per la cortese attenzione, Le porgo distinti saluti

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